Capitolo 2: Cina, sconfiggere la povertà

12/03/2020 0 Di aleto5991

2018, Suzhou (Jiangsu) – Questa foto è stata scattata lungo le vie di Leqiao (乐桥 letteralmente «il ponte felice»). Vie, animate dal fermento di piccoli punti vendita di elettronica, catene di bubble tea, negozi di abiti e accessori. «Un telefono rigenerato quanto viene? Costa troppo, cala il prezzo», è la norma qui, anche se in alcuni posti non si tratta. Siamo in una delle zone commerciali di Suzhou (Jiangsu), a mezz’ora di treno veloce da Shanghai. Un posto senza pretese, qui si compra e si vende a poco. Il quartiere non è come quelli ipermoderni dall’altra parte della città, sovrastati da immensi centri commerciali. Vetrine di un progresso che si impone su Suzhou e i suoi dieci milioni di abitanti come sul resto del mondo. Leqiao sembra più un luogo di transizione, a metà tra la Cina delle botteghe post Mao e la modernità che avanza. Caotico e anche un po’ sporco, grigio, i fili neri dell’elettricità sospesi tra un palazzo e l’altro. Tra la gente, in un angolo, è all’opera la signora dei gelsomini. Come tanti asiatici ha un’età indefinibile e fa qualche soldo in più per strada con braccialetti di fil di ferro e boccioli. Vende fiori da appendere e piccole scatole di legno per tenere gli insetti lontani. Un bracciale uno yuan. Forse non poco per la Cina. Ai miei occhi, una miseria visto che si tratta di poco più di dieci centesimi. È soltanto uno dei tanti lavori quasi “inventati”, che si sono moltiplicati in Cina negli ultimi anni: uomini e donne che raccolgono metalli e cartone da riciclare; giardinieri improvvisati, messi a spazzare fogliame e che posano zolle d’erba – come la squadra al lavoro nel campus dell’università di Suzhou, almeno dieci persone chine a sistemare una scacchiera di prato. L’obiettivo è garantire l’occupazione e combattere la povertà.

In un discorso di dicembre 2012, Xi Jinping sostiene che la Cina debba «Costruire una società moderatamente prospera in ogni suo aspetto»1. In sintesi, una società non solo meno povera, ma benestante, con un’espressione già utilizzata in passato da Deng Xiaoping. Questa volta però stringendo la forbice che divide le zone sviluppate da quelle rurali. In Cina si va da Shanghai, una città quasi futuristica, centro della moda, economico, tecnologico e finanziario, la «Perla dell’Oriente», a paesi sperduti di campagna o tra le montagne. Qui, si vive con pochi yuan al giorno e la miseria è massima – come nel caso di Wang Fuman, soprannominato Ice Boy, un bambino di otto anni dello Yunnan costretto a camminare ogni giorno cinque chilometri per andare a scuola, d’inverno tra la neve. Questo squilibrio è conseguenza delle Zone Economiche Speciali (Zes), ideate da Deng Xiaoping per rilanciare l’economia cinese negli anni ‘80. In un certo senso, la premessa della Repubblica Popolare che conosciamo. Morto Mao Zedong, la Cina era un paese povero e arretrato sul piano tecnologico, oltre che devastato dalla Rivoluzione culturale e isolato dal resto del mondo. Aveva però due cose: terre e uomini da far lavorare. Mancavano i soldi. L’esperimento di Deng è stato prendere quattro città periferiche, ma vicine a Hong Kong (britannica) e Macao (portoghese) nella costa sud, e farne poli attrattivi di investimento. Si tratta di Shenzhen e Zhuhai nella regione del Guandong, Shantou e Xiamen nel Fujian. E gli imprenditori stranieri alla ricerca di manodopera a costo zero, vasti terreni e tasse ridotte al minimo hanno fatto il resto. Sintesi massima di come è nato il «socialismo con caratteristiche cinesi». Che ha però causato uno sviluppo del paese a più velocità: i suoi miliardari sono oggi 878 (contro i 788 americani), ma la lotta alla povertà è ancora uno dei punti principale dell’agenda politica di Xi Jinping. Seguito dall’allargamento del ceto medio.

La fine della povertà doveva esserci nel 2020. Che coincide con la fine del XIII Piano quinquennale (2016-20), ma è stata posticipata al 2021. I cinesi tengono conto delle date importanti – basti pensare che la legge sulla sicurezza di Hong Kong è stata ufficializzata il 1 luglio 2020, anniversario per il paese della restituzione dell’ex colonia britannica (1997). E il 2021 è niente meno che l’anno del centenario della nascita del Partito Comunista Cinese.

Già il 23 novembre 2020, le ultime nove province della regione cinese del Guizhou sono state dichiarate fuori dalla soglia minima di povertà. Alla base, c’è la politica delle «due certezze e tre garanzie»: dare la certezza di avere cibo e vestiti, garantire l’istruzione obbligatoria, le cure mediche e una casa. Dunque permettere anche ai più poveri, con sussidi e opportunità di lavoro e formazione, di guadagnare fino alla sussistenza. Il limite fissato nel 2020 è di 4.000 yuan annui, 500 euro circa, meno di due al giorno. Impensabile per noi, un obiettivo di certo ambizioso date le condizioni di partenza, che nel 2010 fissavano la soglia minima a 2.300 yuan, cioè 290 euro all’anno2. Che ha mobilitato i quadri di partito locali, spinti dalla leadership a raggiungere per primi l’obiettivo e inviare vere e proprie squadre d’intervento. E che ha anche sconvolto la vita di interi villaggi, distrutti e ricollocati in contesti urbani.

La questione non è tuttavia risolta. La notizia della «fine» della povertà pone il dubbio sulla sostenibilità di questo modello. Restano le disparità tra i miliardari e i poverissimi. Per non parlare della migrazione interna (la cosiddetta «popolazione fluttuante»). Ma questa è un’altra storia.

1 Xi Jinping, Governare la Cina I, Giunti, Foreign Language Press, Iolo 2019, p. 237.

2 I valori di riferimento sono quelli del cambio di oggi 3/12/20.