Capitolo 3: #WoYeShi

12/05/2020 1 Di aleto5991

Li Testapelata ha quattordici anni quando viene beccato a spiare il sedere delle donne nei bagni pubblici di Liuzhen. Maschi e femmine sono divisi da un tramezzo sottile. Sotto, un canale di scolo. Basta che si accucci per sbirciare un po’, in un momento della storia della Cina senza tv, cinema, riviste e neppure pubblicità a cui rubare qualche nudo. E Li Testapelata ne vede «cinque in un colpo solo: un sederino, un culone, due culi secchi e un culetto né grosso né piccolo»1. Riceve per questo insulti, un ceffone e qualche sputo. Anche troppo per una ragazzata. La sua inventiva va però oltre e diventa un mestiere. Racconta delle storie: gioca con l’immaginazione degli uomini del villaggio, inventando dettagli sui didietro ammirati per una ciotola di spaghetti fumanti. Un aneddoto quasi divertente, se non fosse che uno dei lati b merce di scambio è una ragazza di nome Lin Hong. Per colpa di Li Testapelata, Lin Hong a diciassette anni è sulla bocca di tutti. È la ragazza più bella del villaggio ed è costretta ad abbassare la testa quando cammina per strada. Prova vergogna perché è additata per le sue forme, ancora più esposte dopo i vividi particolari del ragazzo. Poi subisce da lui una corte spietata, che non ricambia per ovvie ragioni, oltre a regali non voluti, appostamenti, proposte di matrimonio a cui sembra costretta a dire di sì. «Attenzioni» che la spingeranno quasi al suicidio. Ironia della sorte, alla fine sposa il fratello di Li Testapelata, per amore.  

Questa storia esce dalla penna dello scrittore Yu Hua, ma è un esempio di molestie sessuali piuttosto evidente. Molestie che coinvolgono la Cina come il resto del mondo. Sono però pochi i casi ad arrivare nei tribunali e ancora meno quelli che ricevono giustizia. Human Rights Watch riporta che tra il 2010 e il 2017 sono solo 34 in tutta la Cina. Due quelli in cui a denunciare sono state le vittime, mentre per i restanti sono gli stessi accusati a fare causa. I motivi: il licenziamento da parte dei superiori o semplice diffamazione. L’assenza di processi non significa però assenza di violenze. In un rapporto del Guangzhou Gender Education Center sulla situazione nelle università (2017), su 6592 intervistati (uomini e donne), il 69% ha dichiarato di aver subito abusi. Meno del 4% di essere disposto a denunciare. Perché? Tra le risposte il fatto che sarebbe inutile fare causa.

Il reato di molestia sessuale è stato riconosciuto in Cina nel 2005, con una legge che però rimaneva piuttosto vaga sia sui casi, sia sui provvedimenti da adottare. Ne sono seguite alcune locali più specifiche, di certo non sufficienti a coprire tutto il territorio nazionale. Al semi vuoto legislativo si unisce il senso di vergogna, a volte perfino di colpa, che accomuna molte delle vittime. In Cina, un fattore culturale da non sottovalutare è la reputazione del singolo, legata alla mianzi (面子 lett. “faccia”). Non si tratta di semplice status quo individuale. Intreccia rispetto, credibilità e prestigio sociale. Un esempio è il cartone della Disney Mulan. In quanto donna e figlia, Mulan deve sposarsi. L’eroina decide però di andare in guerra contro gli Unni per salvare l’onore del padre, che non può più combattere, e della sua famiglia. Nell’impresa, rischia di essere scoperta e ottenere l’effetto opposto, che comporterebbe la perdita della “faccia” sua e dei suoi (antenati inclusi). Alla fine, si salva perché graziata dall’imperatore. Più nel quotidiano, mantenere la “faccia” significa avere una buona posizione lavorativa, ottimi voti a scuola, entrare in atenei prestigiosi, sposarsi, fare figli, rispettare genitori e capi. Date queste premesse, si può immaginare cosa accade quando si devono denunciare colleghi, professori, parenti o personaggi famosi. Un problema di “faccia” duplice per le vittime, che le riguarda in primis, ma che andrà a colpire anche il molestatore.

Per non parlare delle resistenze delle autorità e di come quanto accade viene spesso sminuito. E diventa più difficile, se non impossibile sporgere denuncia. È stato il caso di Zhou Xiaoxuan, oggi una delle figure simbolo del movimento #MeToo in Cina, tradotto #WoYeShi. Il suo è uno dei primi processi approdati in tribunale, nonostante l’accusato sia il celebre conduttore di Cctv Zhu Jun. Xiaoxuan, all’epoca stagista, racconta a Repubblica di come la polizia l’abbia spinta a ritirare le accuse nel 2014: l’«energia positiva» del presentatore andava salvaguardata e il futuro della ragazza «poteva essere rovinato, se la gente avesse pensato che era stata stuprata». Accuse, ripresentate soltanto nel 2018, dopo il successo del movimento di Hollywood.

Se il #MeToo cinese ha rotto il silenzio sulle molestie sessuali, creando una vera e propria catena di solidarietà sul web, la censura ha operato in direzione contraria. L’attivismo, per lo più femminista, è stato ritenuto pericoloso dalle autorità cinesi, forse per la possibilità di manifestazioni. Alcune pagine su Weibo (versione cinese di Facebook) sono state chiuse, i post cancellati. Qualche attivista è stata perfino arrestata. Chi può continua a scrivere, ma con qualche accortezza in più. Ad esempio, con caratteri omofoni per indicare il movimento, tra i più famosi mitu (米兔, da leggere come #MeToo), letteralmente «riso» e «coniglio». Con le proteste, qualcosa è però cambiato: a maggio è stato introdotto un nuovo codice civile, in vigore da gennaio 2021, che include l’articolo 1.010. Qui, i casi di molestia sessuale sono finalmente definiti.   

1 Yu Hua, Brothers, Feltrinelli, Milano 2008.