Terre rare: 17 frecce nella faretra di Pechino

Scoperte alla fine dell’ ‘800, le terre rare sono un gruppo di 17 elementi della tavola periodica. L’appellativo «raro» non deriva dalla difficoltà di reperirle – sono tutti elementi più comuni dei metalli preziosi, come oro e argento – ma dal fatto di non essere tra i materiali più comuni. Il Cerio ad esempio, una delle più utilizzate, è presente nella crosta terrestre in quantità simili al rame. Questi materiali comportano altissimi costi di estrazione, in quanto i depositi geologici in cui si trovano sono in genere molto piccoli e presentano condizioni estremamente differenziate da zona a zona. Uno sfruttamento intensivo è possibile solo in Paesi dove sono presenti giacimenti ingenti – quelli sì, rari – , dove il lavoro costi poco e dove la legislazione ambientale abbia maglie molto larghe. Tutte condizioni rispecchiate dal Celeste Impero.

Le terre rare sono fondamentali per la costruzione della quasi totalità degli oggetti «tecnologici» che siamo abituati ad utilizzare. Dai magneti (composti al 25% da neodimio) ai componenti della missilistica, dai cavi della fibra ottica agli elementi dei computer, l’utilizzo di terre rare non può essere sostituito. Per fare un esempio legato alla vita di tutti i giorni, in un’automobile sono utilizzate quasi tutte le terre rare: Neodimio per i magneti, Zirconia o Ittrio per i sensori elettrici, Cerio per i catalizzatori, Europio e Trebio per gli schemi ottici, Lantanio per le batterie delle macchine ibride (L’Espresso). Centrali nucleari, lampadine, computer, e telefonini allungano la lista. 

Oro cinese

Le riserve di terre rare mondiali sono stimate tra le 120 e le 150 milioni di tonnellate. Data la difficoltà di mappare i depositi e dalla continua scoperta di nuovi giacimenti, i dati sulla diffusione sono in continuo aggiornamento. Stando alle stime del 2017 il 37% delle RE si trova in Cina, seguita da Brasile (18%) e Russia (15%). Altri importanti giacimenti sono presenti negli Stati Uniti, in Australia e nel sud est asiatico. Uno enorme è stato recentemente scoperto in Giappone a largo dell’isola di Torishima (16 milioni di tonnellate circa) Nella prima metà del ‘900 la maggior parte delle terre rare provenivano da siti di estrazione indiani e brasiliani. Negli anni ’50 il primo produttore mondiale divenne il Sudafrica, per poi cedere la palma agli Stati Uniti quando furono scoperti gli immensi giacimenti californiani di Mountain Pass, che fino al 1985 restarono i più produttivi del pianeta. Negli anni ’80 tuttavia, la situazione cambiò rapidamente, con l’ingresso nella competizione del gigante cinese, sulla scia della famosa dichiarazione (attribuita) di Deng Xiaoping per cui «il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina le terre rare».

Le miniere, ormai abbandonate, di Mountain Pass (California)

Deng Xiaoping, leader della RPC dal 1978 al 1992 e autore del miracolo economico cinese, promosse lo sfruttamento del giacimento di Bayan Obo nella regione cinese della Mongolia Interna, all’interno del massiccio piano denominato Programma 863. Nel 1985, appena sei anni dopo l’inizio dello sfruttamento intensivo, dalla miniera mongola provenivano 8.500 tonnellate di materiali (21% della produzione mondiale). Sul finire degli anni ’90, la Cina produceva il 90% delle terre rare, mentre le miniere nel resto del mondo – anche la stessa Mountain Pass – venivano chiuse perché non in grado di reggere la competizione con le minerarie siniche. Contestualmente, tutti i Paesi del mondo diventano importatori netti dal Celeste Impero. Prima del taglio alla produzione del 2010, la Cina arriva a detenere il 97% della produzione di terre rare. Attualmente il mercato è ancora detenuto per l’80% circa dalla Repubblica Popolare, che produce 105.000 tonnellate di terre rare all’anno, basti pensare che il secondo produttore – l’Australia – non arriva alle 20.000 tonnellate. Nonostante gli sforzi occidentali, specie americani, per trovare nuove fonti estrattive e la riapertura di vecchie miniere, quello della Cina sulle terre rare è ancora un regime di semi-monopolio.

Il rischio ambientale

Il rischio ambientale connesso all’estrazione di terre rare è altissimo. Un’indagine federale sulla miniera del Mountain Pass condotta dopo la sua chiusura, rivela che nei 30 anni di utilizzo erano stati dispersi nell’ambiente circa 2.300 litri di acque radioattive, insieme a molti altri rifiuti pericolosi. Durante l’estrazione dei preziosi metalli viene rilasciato il Torio, che contamina radioattivamente il terreno e ha tempi di assorbimento lunghissimi. I metodi di estrazione hanno un’efficienza scarsissima e più del 50% dei materiali estratti viene perduto nel processo; per ogni tonnellata di metallo estratta con successo, vengono dispersi nell’ambiente circa 10.000 metri cubi di gas tossici, una tonnellata di rifiuti radioattivi e 75 metri cubi di acque reflue acide.

Contingenza ironica, le terre rare sono fondamentali anche per lo sviluppo delle fonti di energia alternative. I motori elettrici non possono fare a meno dei magneti al Neodimio (almeno per i motori elettrici sincroni, che sono i più performanti). Allo stesso modo, i supporti digitali che potrebbero far risparmiare sulla produzione cartacea sfruttano quasi tutta la gamma delle terre rare. Anche il comparto eolico è fortemente connesso all’estrazione dei famigerati materiali. Laurentino Gutièrrez, ingegnere automobilistico, ha dichiarato ad Euronews che: «costruire un’auto elettrica produce la stessa quantità di emissioni di CO2 dell’assemblare due auto alimentate con combustibili fossili» – con un’equazione ecologica che si sbilancia a favore delle auto ecologiche solo dopo 50.000 km.

L’utilizzo politico delle RE

Importanti aziende americane come Apple – e tutto il settore difesa – dipendono interamente dall’acquisto dei rari ossidi cinesi (e dal cobalto anche questo gestito in buona parte da minerarie cinesi). Le risposte al monopolio sinico sono estremamente difficili per i Paesi occidentali e vanno principalmente in due sensi. In primo luogo, si cerca di promuovere il riciclo da materiale tecnologico (in questo Apple è particolarmente attiva), mentre in secondo si cercano nuovi giacimenti utilizzabili, si tenta di revitalizzare quelli in disuso e di implementare quelli attuali in Malesia, Sudafrica e Brasile. Misure che restano di difficile realizzazione, come dimostra la bancarotta per gli altissimi costi rispetto ai concorrenti cinesi della Molycorp Minerals LLC, che aveva rilevato e riaperto il giacimento di Mountain Pass dopo il taglio del 2010. Resta da vedere se e come saranno sfruttabili i giacimenti della Groenlandia (Paese occidentale ma dove la Cina ha importanti investimenti) e il gigantesco deposito da poco scoperto in Giappone; in caso contrario il binomio Cina terre rare continuerà a tormentare l’attuale generazione di decisori americani. Contestualmente, la domanda interna cinese dovrebbe passare da 90k a 150k tonnellate annuali, spingendo Pechino ad attuare misure di facilitazione per l’acquisto in casa, invertendo una delle tradizionali tendenze dell’economia cinese.

Un esempio di quanto sia ampia la libertà di manovra cinese in materia è costituito dai fatti del 2010. La RPC decide di tagliare l’export di terre rare del 40% con il conseguente aumento esponenziale dei prezzi. Il taglio arriva in un momento in cui la Cina produce il 97% delle RE, in corrispondenza di un riscaldamento della disputa territoriale per le Isole Sengaku con il Giappone. Il prezzo dello Scandio aumenta dai 2.500 dollari per kg del 2009 ai 5.100 del 2015. La disputa viene risolta definitivamente solo cinque anni dopo dall’intervento del WTO, ma il dragone aveva mostrato i muscoli a sufficienza – considerato che a Pechino non era ancora iniziata l’era assertiva Xi. Durante la guerra dei dazi degli scorsi mesi, con le accuse e le misure restrittive dell’amministrazione Trump nei confronti di Huawei, la Cina è tornata a minacciare un taglio delle esportazioni, in una situazione in cui il fabbisogno mondiale è cresciuto di molto rispetto alla crisi precedente.

Ma non solo terre rare. La Cina detiene importanti fette della produzione di metalli rari, con funzioni analoghe alle RE, come il Tungsteno e il Gallio. Attraverso società come la China Molybdenum, la RPC punta al monopolio del cobalto congolese– minerale fondamentale per gli apparati tecnologici che nel 2016 era prodotto per il 53% nello stato centrafricano e che ha triplicato il suo prezzo negli ultimi due anni. La Molybdenum – società parastatale – ha recentemente acquisito la miniera di Tenke per 2,6 miliardi di dollari, assicurandosi uno dei giacimenti più produttivi del globo. Altra quota importante dell’estrazione di cobalto era già da tempo in mano alla Zhejiang Huayou Cobalt – società cinese che recentemente è stata accusata da Amnesty di utilizzare lavoro minorile in condizione semi-schiavile. Da sottolineare che anche importanti aziende occidentali come l’australiana Avz hanno forti investimenti nel campo dell’estrazione di cobalto e litio nei Paesi subsahariani.

Prospettive

Per concludere, la Cina gode di un sensibile vantaggio sul blocco occidentale per quel che riguarda il mercato di terre rare e di alcuni metalli (anche se questo appare già più competitivo). Resta da vedere se i metodi estrattivi elaborati dai ricercatori giapponesi dell’Università di Tokyo si riveleranno efficienti come quelli degli omologhi cinesi e come la legislazione internazionale reagirà al problema dello sfruttamento in Africa – magari in seguito a qualche «innocente» pressione promossa da Washington.

Francesco Dalmazio Casini da La città sulla collina

Foto in evidenza: Diego Delso Copyright: CC-BY-SA 4.0

Foto nell’articolo: Ken Lund from Reno, Nevada, USA Copyright: CC-BY-SA 2.0