Capitolo 5: Addio a Kim Ki-duk

12/25/2020 0 Di aleto5991

«Il mio sogno è vivere in paesi diversi e farci dei film. Andare dove sono i miei fan, girare un film e andarmene di nuovo». Poche parole dal film Arirang, ma che lasciano intuire il motivo della presenza di Kim Ki-duk in Lettonia, poco prima della morte per Covid-19, l’11 dicembre 2020. Il regista coreano era alla ricerca di un alloggio a Jurmala: voleva richiedere il permesso di soggiorno e alcuni finanziamenti per girare il suo 24esimo film. Se ne perdono però le tracce, finché Delfi.lv non ne riporta la morte in ospedale, confermata dal direttore dell’Art Doc Fest di Riga Vitalijs Manskis. Resta una casa vuota, l’ultima immagine che Kim Ki-duk lascia al mondo. E che riecheggia il senso di incomprensione più volte lamentato dal cineasta. Un regista controverso, di successo all’estero, censurato in Corea del Sud. Sempre in Arirang, nel 2011: «Credo che la parola che riassuma la mia vita finora sia solitudine».

Il ritratto di Kim Ki-duk non può che limitarsi ad uno schizzo approssimato. È il regista che ha per primo esportato il cinema sudcoreano in Europa eppure, come molte genialità ha una vita complessa, tormentata, al limite. E alterna una produzione artistica di narrazioni crude, dai personaggi abbruttiti e «forti come animali selvaggi», spesso ai margini della società, ad atmosfere intime, quasi prive di dialogo, sospese. Un contrasto immediato, se si confrontano Ferro 3 (2004) e Pietà (2012). Una vita, la sua, quasi “maledetta”: gli abusi da parte del padre subiti durante l’infanzia, i pochi soldi e la scarsa formazione, poi l’esperienza bohémienne di Parigi e quella del cinema da autodidatta. Fino al successo su scala internazionale, la depressione e le accuse di molestie sessuali. Tra i riconoscimenti, nel 2004 l’Orso d’argento per La Samaritana e il Leone d’argento per Ferro 3, nel 2011 il premio Un Certain Regard di Cannes per il documentario Arirang e nel 2012 il Leone d’oro per Pietà.

Kim Ki-duk nasce il 20 dicembre 1960 nella realtà rurale di Bonghwa (Gyeongsang) e si trasferisce poco dopo a Seul. Frequenta un istituto agrario, ma è costretto ad interrompere presto gli studi e diventa operaio. Poi marines. Per un periodo pensa di farsi predicatore. Invece, a trent’anni parte per la Francia e vive da artista di strada, fino al primo incontro con il cinema, da sceneggiatore nel 1993. Dopo il primo film Crocodile (1996), approda alla Mostra di Venezia nel 2000 con L’Isola. Una pellicola sconcertante, che suscita scalpore per le scene violente ed esplicite e provoca perfino il malore di una spettatrice. Che non regge i tentativi di suicidio dei protagonisti con alcuni ami da pésca, conficcati in bocca o nelle parti intime. Una protesta contro la censura coreana, ma anche come Kim Ki-duk si fa notare per la prima volta dal grande pubblico. Con budget e tempi ristretti gira un film di successo dopo l’altro, fino a diventare un regista cult. Tuttavia, nel 2008 l’attrice Lee Na-young rischia di morire sul set di Dream, in una scena in cui simula un’impiccagione. L’incidente traumatizza il regista, tanto che smette di girare film e cade in depressione. Torna solo tre anni dopo con Arirang, un successo che però dura poco: nel 2017 arrivano le accuse di molestia. Kim Ki-duk non viene condannato per mancanza di prove, ma il danno a livello di immagine risulta decisivo.

Dai film di Kim Ki-duk emerge una ricerca di bellezza e di comprensione che riesce ad esprimersi soltanto attraverso un’incapacità comunicativa e una violenza quasi brutale. La parentesi da artista si riflette nella sensibilità estetica delle sue pellicole, in particolare nella cura dell’immagine e nell’influenza del mondo delle arti visive. Tanto che alcuni dei suoi film sono veri e propri racconti per immagini, quasi un ritorno all’essenza del cinema. Come in Ferro 3, il racconto di Tae-suk, un ragazzo che vive nelle case degli altri quando non ci sono. Ne indossa i vestiti, usa i piatti, il divano, i letti, come impossessandosi delle loro vite. Ripara perfino gli oggetti rotti e pulisce tutto prima di andarsene. Fino a quando entra in una casa non vuota e viene visto. Nel film, le voci non sono mai quelle dei protagonisti, ma di chi li circonda. Parlano le loro azioni. Una risata, un pianto, il rumore della motocicletta, il suono del contatto tra le stoviglie mentre le si lava e delle faccende di casa. Anche gli schiaffi. Fino ad un unico grido squarciante della protagonista, l’unica forma di comunicazione vicina alla parola presente in tutto il film. Oltre ai dialoghi ridotti al minimo, nella produzione di Kim Ki-duk ricorrono le staticità delle inquadrature e l’assoluta assenza di musica. L’influenza delle arti è esplicita in Pietà – la locandina si rifà alla Pietà di Michelangelo – oppure accennata, come in Wild Animals (1997), ambientato a Parigi e con un pittore di strada per protagonista.

In un’intervista del 2001, dice: «Nel corso della mia vita sono spesso venuto a contatto con la violenza. A partire da quando ero piccolo, passando poi attraverso l’esperienza – comune a molti – del servizio militare – dove gli scontri con i compagni di corso o gli altri soldati erano frequentissimi – per arrivare alla repressione della polizia. In un primo momento ho creduto di essere una persona molto sfortunata. Poi sono giunto alla conclusione che la violenza è un’espressione connaturata alla nostra epoca e alla società. Avendola vista come una forma d’interazione tra le persone, ho iniziato a comprenderla. Nei miei film non uso la violenza per creare sensazione o scandalo. Non voglio che essa diventi uno spettacolo fine a se stesso e nemmeno che sia la metafora per parlare d’altro. In ogni sequenza dove compare della sopraffazione cerco di introdurre l’idea che attraverso il dolore qualcosa di nuovo può nascere. Vedo la violenza come una forma di linguaggio del corpo». Si tratta dunque di una forma di comunicazione dalla resa neorealista, ripresa anche da altri registi coreani, come Park Chan-wook e Bong Joon-ho. Un modo per sondare gli aspetti più oscuri dell’animo umano con gli stessi duri mezzi: abbandono, vendetta, incesto, stupro, tortura fino a quasi sadismo. Anche se in Kim Ki-duk può esserci uno spiraglio: il finale a volte conduce «in una dimensione quasi poetica dove la favola, l’apologo, il sogno e il racconto morale finiscono con l’aver la meglio su modalità di rappresentazione più comunemente realistiche». Attraverso immagini simboliche, in uno spazio tra realtà e finzione[1].

Emerge anche una certa ricerca esistenziale. In Il Prigioniero Coreano (2016), un guasto al motore spinge il pescatore nordcoreano Nam Chul-woo a Sud, dove scopre le contraddizioni del Paese di Seul. Uno dei più all’avanguardia del mondo, luogo tuttavia di torture, sprechi, sperpero di denaro e prostituzione. Chiede: «Perché quella ragazza deve umiliarsi, se vive in un paese così ricco?» A cui segue la risposta: «Più forte è la luce, più grande è l’ombra. La libertà non garantisce la felicità». Una dinamica che non sfugge al semplice ma arguto pescatore, che vorrebbe tornare dalla sua famiglia, ma resta intrappolato nella tensione politica tra le due Coree. Trapela anche una dura critica del regista verso il patriottismo quasi obbligato della Corea del Sud. La logica governativa è propagandistica: «Sii leale verso il paese, accresci il prestigio nazionale» (Arirang). In Il Prigioniero, un agente tortura il pescatore per pura vendetta verso la Corea del Nord. Pur illecita, questa pratica è tollerata dallo Stato, finché fatta in segreto e contro il nemico. L’agente viene però scoperto e punito. Canta quindi con rabbia l’inno coreano, sentendosi tradito dalla stessa patria che serve. Sembra così rifiutare quella stessa logica, che strumentalizza l’uomo senza accettarne la natura, rivendicando il proprio diritto alla disperazione, all’odio, alla violenza e al caos.

Chi ha seguito Kim Ki-duk negli anni, ricorderà un’altra famosa sequenza di fotogrammi, quella in cui a Venezia, canta la canzone folkloristica Arirang. L’ultima con cui preferisco ricordarlo. «Letta negli ideogrammi cinesi, la parola significa “autoaffermazione”. Per me Arirang è una collina… la collina della vita».


[1] Morello, Davide. Kim Ki-duk. Cafoscarina. Venezia 2006, p. 54.