Capitolo 7: Capitol Hill, il giorno dopo

01/15/2021 2 Di aleto5991

Il 6 gennaio l’irruzione a Capitol Hill, nel cuore della democrazia americana, ha causato un’ulteriore frattura alla credibilità degli Stati Uniti all’estero. Gambe sulla scrivania della speaker della Camera Nancy Pelosi, selfie con statue a cui è stata messa la bandiera pro Trump, manifestanti vestiti da supereroi e vichinghi. Una superficialità colpevole che ha però consumato uno sfregio senza precedenti alla sacralità del Parlamento americano. Ad opera degli stessi ad inneggiare Make America great again. Sembra quasi ironico: gridare alle elezioni truccate quando ogni ricorso di Donald Trump è fallito, violare la massima istituzione americana durante la ratifica del legittimo presidente degli Stati Uniti Joe Biden, fino a trasformare il Congresso in un campo di guerriglia. In nome di un’America che o è trumpista o va screditata ad ogni costo: le conseguenze sul piano internazionale sono però di un certo peso, soprattutto in Asia.

Innanzitutto, l’assalto e il limitato contenimento delle violenze hanno fatto emergere le fratture interne e dunque la debolezza degli Stati Uniti. Abhisit Vejjajiva, politico thailandese ed ex primo ministro democratico, ha definito la vicenda «il risultato di avere un leader populista e dei sostenitori che ricevono informazioni da fonti unilaterali (Ndr Fox News)». Aggiunge che non si sarebbe arrivati a tanto se gli Stati Uniti fossero una democrazia forte e che il compito di Joe Biden sarà quello di riconquistare la fiducia interna, come sul piano internazionale. Non si tratta soltanto della salvaguardia della reputazione americana all’estero, ma anche di come ridefinire il suo ruolo di potenza leader nel prossimo futuro. Se con Donald Trump è venuto meno un approccio multilaterale, Biden ha detto in campagna elettorale di voler ripristinare il “tradizionale” ruolo degli Usa come “arbitro” del sistema internazionale. In Asia ciò significa il ritorno ai conglomerati strategici sul modello Pivot to Asia (Obama) e non più il solo approccio bilaterale di Donald Trump con i partner storici (Giappone e Corea del sud). Un ritorno, finalizzato al contenimento dell’avversario cinese attraverso un’alleanza di paesi. Per contrastare la crescente influenza del gigante asiatico nel sud-est del continente, denunciare le violazioni dei diritti umani, ma anche cercare forme di cooperazione nelle questioni comuni – come il cambiamento climatico, la non proliferazione del nucleare e la sicurezza sanitaria. Una strategia di politiche regionali già cominciata con Barack Obama in risposta alla Belt and Road Initiative e culminata con il trattato di libero scambio tra Usa e 12 paesi del Pacifico o Trans-Pacific Partnership (Tpp, mai ratificato da Trump). Ma che necessita di una certa credibilità degli Stati Uniti, soprattutto visto il nuovo ruolo assunto dalla Cina nell’area durante la presidenza Trump e con il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep: accordo tra paesi Asean, Cina, Corea del sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda).

I fatti di Capitol Hill hanno anche facilitato una messa in discussione da parte degli avversari americani della narrativa degli Usa come Stato campione di democrazia all’estero. Così il senatore thailandese Somchai Sawangkarn ha commentato: «Ecco il modello democratico che gli americani costringono tutto il mondo a seguire». Un attacco che proviene dal regime militare di Bangkok, dove il Palang Pracharath Party, al potere, è guidato dai responsabili del golpe del 2014 – è rimasto invece in silenzio il primo ministro ad interim, il generale Prayut Chan-o-cha, probabilmente per le manifestazioni anti governative degli ultimi mesi. Tra le reazioni delle autorità asiatiche, dura seppur indiretta è stata anche quella di Pechino. Xi Jinping non ha rilasciato alcuna comunicazione ufficiale sull’accaduto: non sono però mancati interventi come quello di Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri cinese, del Global Times (e di altri giornali), oltre che di molti netizen cinesi. In una conferenza stampa, Hua Chunying ha parlato di un approccio da «due pesi due misure» che «non è però possibile in tema di diritti umani, democrazia e libertà». Secondo la portavoce, gli Stati Uniti avrebbero condannato a più riprese la repressione dei manifestanti di Hong Kong, per poi rispondere all’assalto di Capitol Hill come il governo cinese. E in maniera anti democratica, perché contro delle proteste e quindi la stessa libertà di espressione invocata dagli americani. Da qui la provocazione di Hua Chunying: «Perché gli stessi manifestanti sono etichettati come “rivoltosi” negli Stati Uniti, ma elogiati da “eroi della democrazia” quando si tratta di Hong Kong?». La mossa è semplice: dire se capita a noi ci attaccate, ma che succede se capita a voi? Poggia però su delle premesse fallaci.   

La portavoce Hua Chunying, foto di Friends of Europe, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons

L’analogia si riferisce ad un evento in particolare, cioè l’occupazione del consiglio legislativo (LegCo) di Hong Kong del 1 luglio 2019. Le irruzioni, entrambe illecite, non sono però paragonabili. Scrive Ilaria Maria Sala su Hong Kong Free Press: «Da un lato c’era un’aula vuota, di notte, in cui si erano introdotti giovani manifestanti vestiti di nero con caschetti gialli, molti dei quali avevano partecipato per mesi a proteste di massa pacifiche contro una legge sull’estradizione mal concepita senza che il governo accettasse di dialogare». Mascherati, per difendersi da possibili ritorsioni della polizia, i manifestanti di Hong Kong hanno violato il loro stesso Parlamento per sfidare la chief executive Carrie Lam, sostenuta dal governo cinese, e così inviare un segnale a Pechino. Quello del rifiuto per una legge che avrebbe indebolito la sua autonomia permettendo un’ingerenza maggiore del Partito comunista. Secondo il principio “un paese due sistemi” e da regione amministrativa speciale, Hong Kong era cinese su carta – dal 1 luglio 1997, ma aveva mantenuto le sue istituzioni da ex colonia britannica, come tribunali e un sistema giudiziario proprio. La legge avrebbe però permesso l’estradizione per una serie di reati, verso i paesi con cui Hong Kong non aveva ancora un accordo specifico. Come la Cina. E aveva suscitato timori sulle possibili richieste di Pechino per raggiungere i dissidenti politici, ma anche chiunque fosse di passaggio nell’ex colonia britannica.

Sia a Washington che a Hong Kong è avvenuta una delegittimazione di potere, le cause dei due assalti sono però agli antipodi. Nel caso di Capitol Hill, la mancata accettazione dei risultati elettorali sotto lo slogan “Stop the steal!” ha portato a una rivendicazione ingiustificata, poi sfociata nell’illecito – tra le accuse, ingresso illegale e condotta disordinata. Non si è trattato di una protesta pacifica, tutelata dal primo emendamento americano, ma di una vera e propria insurrezione, punibile per legge. Diverso è il caso di Hong Kong. Anche ai suoi cittadini viene invece riconosciuto il diritto di manifestare, tanto che le proteste pacifiche sono state negli anni un efficace strumento di dissenso. Un diritto che ha subito via via sempre più restrizioni, soprattutto da quando sono scesi in piazza i movimenti pro democratici, e che si è trasformato in vero e proprio attivismo politico. Attivismo, perché si è chiesta a più riprese l’implementazione di un altro diritto, previsto dalla mini Costituzione di Hong Kong: il suffragio universale (articolo 45 della Basic law). Infatti, tra gli obiettivi degli inglesi per Hong Kong durante la transizione verso la Repubblica Popolare, c’era quello di far eleggere almeno il chief executive tramite voto popolare. Dunque il paragone tra le proteste di Washington e quelle dell’ex colonia non regge. E se anche il LegCo è stato danneggiato e imbrattato di scritte antigovernative, non si può sminuire l’entità delle manifestazioni di Hong Kong. Né il diritto di manifestare o di esprimere qualsivoglia dissenso. Si tratta dunque di una mossa propagandistica, tra l’altro già utilizzata dopo la morte di George Floyd, che strumentalizza alcuni elementi in apparenza comuni per colpire la credibilità degli Usa e suggerire l’ipocrisia di Washington verso Pechino. Un chiaro invito a non intromettersi nelle “questioni interne del paese”.

Il primo articolo su Capitol Hill del Global Times rilancia le posizioni di Hua Chunying. Citando i commenti dei netizen cinesi alle immagini dell’assalto al Campidoglio diventate virali, qui si parla di “karma” e, di nuovo, dei doppi standard dei media e politici occidentali. Finisce nel mirino Nancy Pelosi, per aver definito le proteste di Hong Kong «Un bello spettacolo», a cui segue il commento «Ora la Pelosi può godersi lo spettacolo perfino dalla sua scrivania». Chiude un collage di foto che contrappone le reazioni verso le proteste di Hong Kong e a quelle verso gli eventi del 6 gennaio.

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