Capitolo 8: Cina e Italia, quali rapporti?

01/27/2021 1 Di aleto5991

…sul piano internazionale, l’Italia si è mossa in piena coerenza con i tradizionali pilastri della propria politica estera, a partire dall’appartenenza all’Unione europea e all’Alleanza atlantica, in seno alle quali abbiamo svolto un’azione di impulso e di mediazione all’altezza del nostro ruolo di Paese fondatore. Quale autorevole membro dell’Unione europea, funzione che è stata pienamente recuperata in questo tratto di legislatura, abbiamo la possibilità di offrire anche un importante contributo a un’utile azione di raccordo fra i principali attori internazionali, a partire naturalmente dagli Stati Uniti, che sono il nostro principale alleato, il nostro fondamentale partner strategico, ma anche dalla Cina, il cui innegabile rilievo sul piano globale ed economico (Proteste dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia – Dai banchi del gruppo Lega-Salvini Premier si leva il grido: “Vergogna!”)
PRESIDENTE. Colleghi, facciamo continuare… poi ci saranno gli interventi in Aula, andiamo avanti adesso, per favore. Prego
GIUSEPPE CONTE, Presidente del Consiglio dei Ministri. Il cui innegabile rilievo sul piano globale ed economico va associato a rapporti coerenti, con un chiaro ancoraggio al nostro sistema di valori e di principi (Applausi dei deputati dei gruppi MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico – Commenti dei deputati dei gruppi Lega-Salvini Premier e Fratelli d’Italia).

Il 18 gennaio nell’intervento alla seduta della Camera per ottenere il voto di fiducia, Giuseppe Conte ha nominato anche la Cina. Tra le politiche del Governo sul piano internazionale, oltre a quelle legate all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, il premier ha inserito Pechino come «partner strategico» dell’Italia. Nel discorso, il suo status di alleato è stato messo quasi sullo stesso piano di quello statunitense – gli Usa restano però l’alleato «principale», mentre è emerso un certo ruolo da mediatore dell’Italia. Ha detto Conte, «Abbiamo la possibilità di offrire un importante contributo a un’utile azione di raccordo fra i principali attori internazionali», ovvero una posizione intermedia che favorisca il dialogo tra Cina e Stati Uniti. Questo approccio sembrerebbe in linea con quello dell’Unione Europea: quasi a suggerire che l’Italia agisca da giocatore e non da campo di gioco. Anche se più come Stato cuscinetto, che come “terza via”. L’intervento ha però provocato accese proteste da parte dell’opposizione. La frase scatenante è stata: «Il cui innegabile rilievo sul piano globale ed economico va associato a rapporti coerenti, con un chiaro ancoraggio al nostro sistema di valori e di principi». Dai banchi del gruppo della Lega si è levato un «Vergogna!», seguito dagli interventi di Maurizio Lupi su Hong Kong, Giorgia Meloni, Riccardo Molinari (Lega) e Vittorio Sgarbi. Al di là di ciò Giuseppe Conte ha parlato di solide relazioni Italia-Cina, sebbene forse ci si debba interrogare sulle prospettive di tali rapporti.

Il 23 marzo 2019 il governo Conte I ha firmato un Memorandum di intesa sulla Belt and road initiative (Bri o Nuova via della seta). Si tratta di 29 accordi (19 istituzionali, 10 commerciali) che vanno dal fisco alla salute, dall’innovazione e l’e-commerce alla cultura, dall’energia all’industria, dalle infrastrutture all’agroalimentare. Finalizzati al rafforzamento dell’export italiano verso la Cina, avrebbero avuto anche lo scopo di rilanciare il ruolo dell’Italia sul piano internazionale. L’ex sottosegretario dello Sviluppo Michele Geraci li ha presentati come «L’Italia che torna a essere leader in Europa». Questo perché sebbene fossero accordi commerciali, avevano una certa rilevanza anche sul piano geopolitico. Il ministro Di Maio, nella conferenza stampa dopo la firma, aveva risposto alle critiche dicendo: «E’ chiaro che l’Italia è arrivata prima sulla Via della Seta e quindi altri paesi Ue hanno delle loro posizioni critiche, ne hanno tutto il diritto. Nessuno vuole scavalcare i nostri partner Ue ma, come qualcuno diceva America First, noi nelle relazioni commerciali diciamo Italy First». In effetti, l’Italia è stata il primo Paese del G7, dunque vicino agli Stati Uniti, nonché Stato fondatore dell’Ue a sottoscrivere un Memorandum per la Bri. In un periodo in cui l’Europa si stava interrogando su come trattare con la Cina in una forma che risultasse davvero “win win” e non solo per il Governo di Pechino, l’Italia sembrava alle porte del suo mercato con accesso preferenziale. Accolto con freddezza dall’Ue, allora alla ricerca di soluzioni comuni di vantaggio e tutela, il Memorandum sembra non aver modificato in maniera sostanziale le relazioni Italia-Cina, né tantomeno il ruolo di Roma sul piano internazionale. Per quanto riguarda l’obiettivo principale, riequilibrare la bilancia commerciale e dunque un aumento delle esportazioni, il Made in Italy in Cina sembra essere sceso rispetto ai dati del 2018 (13.188 miliardi, contro i 12.992 del 2019 e i 10 del 2020 – meno 6,3%), mentre il Made in China in Italia è rimasto alto (con -0,9% nel 2020, per un totale di quasi 27 miliardi). Inoltre a dicembre 2020, l’Italia è stata tagliata fuori dai negoziati sull’Eu-China Comprehensive Agreement on Investments (Cai), il grande accordo bilaterale per gli investimenti tra Unione Europea e Cina.

Dunque quali sono le prospettive per l’Italia, visto che il suo “rapporto privilegiato” con la Cina è stato smentito nell’ultimo anno?

A livello europeo, una volta firmato, le condizioni previste dal Cai, riguarderanno anche l’Italia. Concepito come framework legale per stabilire condizioni di investimento trasparenti, prevedibili e vincolanti, l’accordo fornirà migliori condizioni di accesso ai mercati cinesi per le imprese europee e, viceversa, ai mercati degli Stati membri per quelle di Pechino. L’idea di fondo è realizzare un’effettiva reciprocità negli scambi economici, finora impedita da alcuni nodi, come le limitazioni della Cina sui beni importati, la presenza di condizioni sfavorevoli rispetto ai concorrenti locali e l’assenza di regole condivise su clima, salute e lavoro. Anche l’Italia potrà approfittare dei suoi benefici a livello commerciale, mantenendo allo stesso tempo il ruolo da mediatore auspicato dallo stesso Conte, sebbene più che leader come parte di un’alternativa europea, di una “terza via” – l’accordo non sembra sia stato criticato da Washington per la mancanza di coinvolgimento degli Stati Uniti. Ciò potrà inserirsi nel multilateralismo di Joe Biden.